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Una speranza c’è

Vorticerosa non fa concessioni allo spettatore e arriva dritta al punto: la sua bambina, alter ego dell’artista, ritratta in tutte le opere precedenti, ha ora la testa piena di pensieri, abbattuta dalla gravità della situazione sociale italiana, e non solo, che vede una disoccupazione, e quindi una disperazione, dilagante.

Ma già dalla copertina del catalogo un filo di speranza c’è: è quel tenue filo che lega la testa troppo carica a un palloncino, che la aiuta a stare dritta, e ad affrontare il mondo con dignità. La Dignità diventa un vero e proprio personaggio che ci induce a guardare avanti, a non perdere la rotta: la bambina di Vorticerosa continua a lottare, come del resto ha sempre fatto di fronte alla vita, che le si è messa di traverso, nelle opere precedenti, sotto forma di serpenti, di Niente, e ora come merda, quella merda bianca, che sembra non sporchi ma che invece ci intacca ben bene, a cui l’artista ha dato il nome di White Shit, e che rappresenta tutte le figure negative del mondo del lavoro e della politica.

Non fa sconti, Vorticerosa, e ci sbatte in faccia la fragilità della sua bambina nuda, le sue angosce e le sue paure, o i suoi urli, ma anche la sua forza, la sua tenacia, supportate da amici preziosi (primo fra tutti il positivissimo Smile), e da un retaggio – le ossa della nonna – che ci ricorda il nostro passato, nel momento in cui stiamo portando avanti un discorso sul futuro.

Ci piace in particolare l’immagine della Dignità che si oppone al tradizionale modo di dire siciliano “Calati iunco ca passa la china”: per l’artista la schiena non la si deve mai piegare, mai. Mai adattarsi, mai credere che la situazione non possa cambiare. Altro che “muto e pipa”, il personaggio urla tutta la sua ribellione. Altro che marionetta, la bambina di Vorticerosa è cresciuta in consapevolezza, e non si lascia pilotare da nessuno, ma usa, e bene, la sua – pesantissima- testa.

L’arte con Vorticerosa torna ad essere una volta di più, e con una potenza notevolissima, strumento di lotta, di denuncia, ma anche occasione di solidarietà, cercando di creare un ponte con e tra gli spettatori, per fare fronte comune contro le ingiustizie e la soppressione dell’elemento basilare dell’essere umano: la sua propria dignità.

Anche una semplice e apparentemente giocosa bimbetta può fare tanto.

Micaela Mander

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